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BIENNALE
L'assalto delle Guerrilla Girls
Al via la Biennale Arte n. 51. Dall'Arsenale ai Giardini, il corpo delle
donne si scaglia contro la dominante e totalitaria metafisica dell'embrione
ARIANNA DI GENOVA
La Biennale numero 51, timonata dalla coppia spagnola Rosa Martínez
e María de Corral, si apre all'insegna di un mondo diverso, che
scarta rispetto alla brutalità della cronaca contemporanea e emigra
verso confini mai oltrepassati prima d'ora. All'Arsenale, dove a guidare
i giochi c'è Martínez con il suo invito ad andare Sempre
un po' più lontano (questo il titolo della sua mostra), si fluttua
in universi paralleli con la mente libera, rarefatta, preservati dall'assordante
eco da tg che spesso s'incontra lungo gli itinerari dell'arte. A dare
battaglia ci pensano, all'inizio del percorso, delle amazzoni come le
Guerrilla Girls, superoine che spingono il visitatore dentro un megaspot
della disuguaglianza, vissuta però con una buona dose d'ironia.
Qualche dato: alla prima Biennale del 1895 le artiste presenti erano solo
il 2,4%; cento anni dopo le cose non vanno meglio e la percentuale sale
appena di qualche punto, attestandosi al 9%. La prima donna a esporre
in un consesso a chiara maggioranza maschile è stata Diane Arbus,
che ebbe l'onore - nel 1972 - di rappresentare l'America. Ma oggi, è
sufficiente uno sguardo veloce, per capire che la storia scorre e viene
scritta da un'altra parte, senza bisogno di quote o recriminazioni. Il
lampadario della franco-portoghese Joana Vasconcelos (classe 1971), costruito
con 25mila tamponi igienici testimonia lo scarto avvenuto: è una
metafora del matrimonio, anzi della sposa di bianco vestita, divertito
bricolage che spoglia letteralmente il corpo e lo rovescia, rendendo pubblica
e sfacciata l'intimità mestruale. In un clima referendario che
invoca la metafisica dell'embrione, fare i conti con il ciclo femminile
e con una reale fisicità, senza sovrastrutture giuridiche, diventa
quasi un gesto rivoluzionario.
I temi affrontati
nel lungo sentiero che va dalle Corderie alle Artiglierie variano molto
ma tornano alcuni leit-motiv che raccontano l'esposizione in modo pulsionale:
la ritualità, l'eros, l'alieno, le migrazioni. A dispetto di un
allestimento ordinato, piuttosto minimal, che preferisce molti vuoti al
posto dell'affastellamento caotico cui eravamo abituati, quello che va
in onda a Venezia è un mondo dionisiaco, che sceglie l'estasi rispetto
al controllo - estasi sessuale, mistica, domestica e di squadra - e cerca
vie di uscita dalla claustrofobia del quotidiano. La spagnola Cristina
García Rodero propone un ciclo di fotografie che mixa processioni,
riti voodoo di Haiti e gay parade, in un tripudio carnale di possessioni,
baccanali, ludici travestimenti.
Il corpo
come simulacro virtuale è definitivamente scomparso, uscito di
scena. Anche nell'installazione della giapponese Mariko Mori, quell'Ufo
lucido e iperdinamico piombato in mezzo alla Biennale è un inganno.
Sembra asettico e invece, in un batter d'occhio, si trasforma nella camera
dei sogni e delle allucinazioni del pubblico, registrando le onde cerebrali,
paure, ansie e deviazioni del pensiero. Si collega la persona al circuito
visionario e si parte per sette/otto minuti di «trip» inconscio
che spazzano via qualsiasi tentazione di mettere il silenziatore ai propri
desideri.
La mostra
targata 2005 è un dispositivo ad alto tasso emotivo, non indulge
a anestesie di nessun tipo e chiama i visitatori a interagire «sentimentalmente».
Nonostante le sue incursioni nella storia recente e nei peggiori incubi
che popolano il nostro presente - il funerale in presa diretta con tanto
di scelta di colonna sonora (The Centre of Attention), il memorial per
i caduti della ex Jugoslavia, i torturati universali della tedesca Paloma
Varga Weisz che rimandano a Abu Ghraib - l'edizione numero 51 apre spazi
improvvisi per la collettività e annuncia il piacere del viaggio
clandestino, l'interferenza dell'utopia che boicotta gli umori cupi, i
conflitti, il suono delle mitragliatrici. Torna insomma l'immaginazione
al potere. Come ci racconta l'argentino Sergio Vega col suo «Paradiso
tropicale», vasto angolo di pianeta artificiale da godere e rimirare
mentre intorno si affanna la vita metropolitana, o ancora la colombiana
Maria Teresa Hincapié che cammina lentamente in un eremitaggio
dentro e fuori il suo templio speciale (di struggente romanticismo) dove
però il volo degli uccelli è ingabbiato per sempre.
All'Arsenale,
c' è uno scarto insistito dall'individualismo e un invito a condividere
luoghi, lutti, passioni e ribellioni. I lavoratori albanesi di Adrian
Paci, nel video Turn on, si siedono tutti insieme su una scalinata e inventano
una coreografica epopea operaia. Sono dei tableaux vivants, sculture immobili
contro la retorica della flessibilità e dei contratti a progetto.
Ugualmente l'indiano Subodh Gupta, classe 1964, natali a Khagoul, costruisce
uno spazio comunitario come la cucina ma lascia che tutto sia intoccabile:
stoviglie in acciaio sono appese in un futuribile angolo cottura senza
commensali possibili. Forse sono già andati via, come suggeriscono
le bucce di cipolle che si trasformano in décor domestico dell'italiana
Bruna Esposito, tappeto commestibile, avanzo di un surreale banchetto.
La globalizzazione,
con tutto il suo corredo di «squartamenti» d'identità,
viene posta in scacco dalle discariche di oggetti-mostri sia di John Bock
che del cherokee Jimmie Durhan: in laboratori disordinati si accumulano
cuscini antropomorfi, macchinari alla Frankenstein, rifiuti e protesi
abbandonate. Ma le brutture di un reale metallico e fuori misura umana
scompaiono in un soffio di spazzatura nella poetica installazione-video
del greco Nikos Navridis. Il pavimento scorre sotto i piedi, onda dopo
onda, vola via l'immondizia e si viene catapultati in un nuovo mondo,
ancora incontaminato. È d'obbligo, spiega l'artista in un altro
suo video, trattenere il respiro per poi sputarlo fuori con veemenza,
in un atto liberatorio che supera gli ostacoli dell'apnea.
A spingere
l'acceleratore sulla consapevolezza e sulla necessità di uscire
per prendere una sana boccata d'aria dalla cronaca c'è Regina José
Galindo, guatemalteca che lascia dietro di sé tracce di sangue
(omaggio al popolo indios), si rade i peli in strada lanciandosi in una
passeggiata di nudità totale (performance alla scorsa Biennale
veneziana), mostra una operazione di imenoplastica, pura scarica elettrica
allo sguardo e infine, comincia a fustigarsi dentro un'architettura di
cemento che la seppellisce nel suo dolore-martirio.
Via via
che si procede immergendosi nella mostra orchestrata da Rosa Martínez
- che ha al suo attivo le biennali di Istanbul, Mosca, Manifesta I e Pusan
in Corea - ci si depura delle scorie esterne e l'atmosfera si fa più
rilassata e sognante. C'è anche un nume tutelare. È l'ippopotamo
di fango della coppia artistica Jennifer Allora & Guillermo Calzadilla
(Usa-Cuba, vivono a Puerto Rico) che si candida a diventare una divinità
ecologica. Da Cuba, arriva il cielo stellato con mutazioni genetiche di
Carlos Garaicoa, dolce ninna-nanna per occhi affaticati, mentre Olaf Nicolai
dà appuntamento a tutti per agosto, per raccogliere insieme le
"lacrime" delle stelle cadenti che scendno veloci verso la terra,
nella notte di san Lorenzo.
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