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Il Manifesto , "L'assalto delle Guerrilla Girls"
(10/06/2005) Arianna di Genova

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Il Manifesto , L'assalto delle Guerrilla Girls

 

 

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Biennale di Venezia 2005

   

BIENNALE
L'assalto delle Guerrilla Girls
Al via la Biennale Arte n. 51. Dall'Arsenale ai Giardini, il corpo delle donne si scaglia contro la dominante e totalitaria metafisica dell'embrione
ARIANNA DI GENOVA


La Biennale numero 51, timonata dalla coppia spagnola Rosa Martínez e María de Corral, si apre all'insegna di un mondo diverso, che scarta rispetto alla brutalità della cronaca contemporanea e emigra verso confini mai oltrepassati prima d'ora. All'Arsenale, dove a guidare i giochi c'è Martínez con il suo invito ad andare Sempre un po' più lontano (questo il titolo della sua mostra), si fluttua in universi paralleli con la mente libera, rarefatta, preservati dall'assordante eco da tg che spesso s'incontra lungo gli itinerari dell'arte. A dare battaglia ci pensano, all'inizio del percorso, delle amazzoni come le Guerrilla Girls, superoine che spingono il visitatore dentro un megaspot della disuguaglianza, vissuta però con una buona dose d'ironia. Qualche dato: alla prima Biennale del 1895 le artiste presenti erano solo il 2,4%; cento anni dopo le cose non vanno meglio e la percentuale sale appena di qualche punto, attestandosi al 9%. La prima donna a esporre in un consesso a chiara maggioranza maschile è stata Diane Arbus, che ebbe l'onore - nel 1972 - di rappresentare l'America. Ma oggi, è sufficiente uno sguardo veloce, per capire che la storia scorre e viene scritta da un'altra parte, senza bisogno di quote o recriminazioni. Il lampadario della franco-portoghese Joana Vasconcelos (classe 1971), costruito con 25mila tamponi igienici testimonia lo scarto avvenuto: è una metafora del matrimonio, anzi della sposa di bianco vestita, divertito bricolage che spoglia letteralmente il corpo e lo rovescia, rendendo pubblica e sfacciata l'intimità mestruale. In un clima referendario che invoca la metafisica dell'embrione, fare i conti con il ciclo femminile e con una reale fisicità, senza sovrastrutture giuridiche, diventa quasi un gesto rivoluzionario.

I temi affrontati nel lungo sentiero che va dalle Corderie alle Artiglierie variano molto ma tornano alcuni leit-motiv che raccontano l'esposizione in modo pulsionale: la ritualità, l'eros, l'alieno, le migrazioni. A dispetto di un allestimento ordinato, piuttosto minimal, che preferisce molti vuoti al posto dell'affastellamento caotico cui eravamo abituati, quello che va in onda a Venezia è un mondo dionisiaco, che sceglie l'estasi rispetto al controllo - estasi sessuale, mistica, domestica e di squadra - e cerca vie di uscita dalla claustrofobia del quotidiano. La spagnola Cristina García Rodero propone un ciclo di fotografie che mixa processioni, riti voodoo di Haiti e gay parade, in un tripudio carnale di possessioni, baccanali, ludici travestimenti.

Il corpo come simulacro virtuale è definitivamente scomparso, uscito di scena. Anche nell'installazione della giapponese Mariko Mori, quell'Ufo lucido e iperdinamico piombato in mezzo alla Biennale è un inganno. Sembra asettico e invece, in un batter d'occhio, si trasforma nella camera dei sogni e delle allucinazioni del pubblico, registrando le onde cerebrali, paure, ansie e deviazioni del pensiero. Si collega la persona al circuito visionario e si parte per sette/otto minuti di «trip» inconscio che spazzano via qualsiasi tentazione di mettere il silenziatore ai propri desideri.

La mostra targata 2005 è un dispositivo ad alto tasso emotivo, non indulge a anestesie di nessun tipo e chiama i visitatori a interagire «sentimentalmente». Nonostante le sue incursioni nella storia recente e nei peggiori incubi che popolano il nostro presente - il funerale in presa diretta con tanto di scelta di colonna sonora (The Centre of Attention), il memorial per i caduti della ex Jugoslavia, i torturati universali della tedesca Paloma Varga Weisz che rimandano a Abu Ghraib - l'edizione numero 51 apre spazi improvvisi per la collettività e annuncia il piacere del viaggio clandestino, l'interferenza dell'utopia che boicotta gli umori cupi, i conflitti, il suono delle mitragliatrici. Torna insomma l'immaginazione al potere. Come ci racconta l'argentino Sergio Vega col suo «Paradiso tropicale», vasto angolo di pianeta artificiale da godere e rimirare mentre intorno si affanna la vita metropolitana, o ancora la colombiana Maria Teresa Hincapié che cammina lentamente in un eremitaggio dentro e fuori il suo templio speciale (di struggente romanticismo) dove però il volo degli uccelli è ingabbiato per sempre.

All'Arsenale, c' è uno scarto insistito dall'individualismo e un invito a condividere luoghi, lutti, passioni e ribellioni. I lavoratori albanesi di Adrian Paci, nel video Turn on, si siedono tutti insieme su una scalinata e inventano una coreografica epopea operaia. Sono dei tableaux vivants, sculture immobili contro la retorica della flessibilità e dei contratti a progetto. Ugualmente l'indiano Subodh Gupta, classe 1964, natali a Khagoul, costruisce uno spazio comunitario come la cucina ma lascia che tutto sia intoccabile: stoviglie in acciaio sono appese in un futuribile angolo cottura senza commensali possibili. Forse sono già andati via, come suggeriscono le bucce di cipolle che si trasformano in décor domestico dell'italiana Bruna Esposito, tappeto commestibile, avanzo di un surreale banchetto.

La globalizzazione, con tutto il suo corredo di «squartamenti» d'identità, viene posta in scacco dalle discariche di oggetti-mostri sia di John Bock che del cherokee Jimmie Durhan: in laboratori disordinati si accumulano cuscini antropomorfi, macchinari alla Frankenstein, rifiuti e protesi abbandonate. Ma le brutture di un reale metallico e fuori misura umana scompaiono in un soffio di spazzatura nella poetica installazione-video del greco Nikos Navridis. Il pavimento scorre sotto i piedi, onda dopo onda, vola via l'immondizia e si viene catapultati in un nuovo mondo, ancora incontaminato. È d'obbligo, spiega l'artista in un altro suo video, trattenere il respiro per poi sputarlo fuori con veemenza, in un atto liberatorio che supera gli ostacoli dell'apnea.

A spingere l'acceleratore sulla consapevolezza e sulla necessità di uscire per prendere una sana boccata d'aria dalla cronaca c'è Regina José Galindo, guatemalteca che lascia dietro di sé tracce di sangue (omaggio al popolo indios), si rade i peli in strada lanciandosi in una passeggiata di nudità totale (performance alla scorsa Biennale veneziana), mostra una operazione di imenoplastica, pura scarica elettrica allo sguardo e infine, comincia a fustigarsi dentro un'architettura di cemento che la seppellisce nel suo dolore-martirio.

Via via che si procede immergendosi nella mostra orchestrata da Rosa Martínez - che ha al suo attivo le biennali di Istanbul, Mosca, Manifesta I e Pusan in Corea - ci si depura delle scorie esterne e l'atmosfera si fa più rilassata e sognante. C'è anche un nume tutelare. È l'ippopotamo di fango della coppia artistica Jennifer Allora & Guillermo Calzadilla (Usa-Cuba, vivono a Puerto Rico) che si candida a diventare una divinità ecologica. Da Cuba, arriva il cielo stellato con mutazioni genetiche di Carlos Garaicoa, dolce ninna-nanna per occhi affaticati, mentre Olaf Nicolai dà appuntamento a tutti per agosto, per raccogliere insieme le "lacrime" delle stelle cadenti che scendno veloci verso la terra, nella notte di san Lorenzo.