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Flavia De Sanctis Mangelli & Giovanni Visone, l'Unita, Biennale di Venezia, 2005

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L'Unita

09.06.2005
Taccuino di visita 1. Tremate, le artiste son tornate (ma se n'erano mai andate?)
di Flavia De Sanctis Mangelli & Giovanni Visone

Sono le opere delle Guerilla Girls a introdurre l'esposizione dell'Arsenale, una delle due sezioni principali di questa Biennale di Venezia 2005. La scelta non è casuale. Il giusto mix di provocazione, ironia e leggerezza, presente nelle opere di questo collettivo di artiste ben si confà al clima e allo spirito che si respira in tutta la mostra. La curatrice Rosa Martinez, intitolandola Sempre un po' più lontano (un nome evocativo, ispirato da una raccolta di Corto Maltese) propone una Biennale priva di confini, aperta all'esterno, in continua evoluzione. Il panorama degli artisti è ricco e multiforme, ma organizzato secondo scelte riconoscibili. La curatrice c'è e si vede: c'è dietro la selezione di ogni singola opera, nell'accostamento con le altre e nella successione utilizzata. Non ci si annoia mai perché nonostante i lavori siano tanti (comunque meno degli anni scorsi), l'attenzione del visitatore è continuamente stimolata.

Contro i maschi
Il collettivo femminista Guerrila Girls fondato nel 1985, presenta sei “posters” popolati da uomini travestiti da gorilla, che affrontano polemicamente il problema dell'esclusione delle donne dal mondo dell'arte e della cultura. Si inizia celebrando la presenza di due curatrici donne alla biennale, continuando con l'Anatomically correct Oscar, white e male just like the guys who win (una critica al maschilismo di Hollywood), per finire attaccando la mancanza di donne artiste nei musei.

Basata su una scherzosa e appariscente provocazione è l'opera di Joana Vasconcelos: un enorme lampadario che da lontano appare soltanto come un elegante omaggio alla tradizione, avvicinandosi appare invece composto da 14.000 assorbenti interni. Uno scherzo giocoso e irriverente che ben si accosta alle opere di Guerilla Girls presenti in questa prima sala.

Trasparente perfezione
Nell'opera dell'italiana Bruna Esposito, Perla a Piombo, un filo sottile e trasparente, che sostiene all'estremità una perla e un prisma di piombo, pende dal soffitto senza raggiungere terra. È quasi invisibile, non punta ad imporsi con prepotenza sugli spettatori, ma proprio per la sua perfezione formale, per il fatto che sembra essere quasi sospeso nell'aria, non scompare, ma colpisce l'attenzione.

Questa stessa spettacolarità non esibita si ritrova anche nell'altra opera di Bruna Esposito presentata all'Arsenale, Partecipazioni Sparse. Su una grande lastra di marmo sono disposte, senza alcun ordine, alcune bucce di cipolla. Il contrasto tra la ricchezza del marmo, quasi un aulico piedistallo, e la povertà delle cipolle, è in realtà solo apparente, perché l'arancione, il bianco e il rosso delle bucce si combinano formando un sapiente accordo cromatico.

L'ippopotamo e la stampa
Basata su una forma di protesta tutta personale e privata è l'opera performance di Jennifer Allora & Guillermo Calzadilla Hope Hippo. Su un grande ippopotamo accasciato a terra, spicca una figura femminile seduta, che legge nervosamente pagine di giornali e suna il fischietto ogni volta che scopre la presenza di una qualche ingiustizia sociale.


Culture allo specchio
Palestina o Stati Uniti? Periferia o centro del mondo? La ricerca di Emily Jacir (Ramallah - New York) mette a confronto riprese banali, scene di vita quotidiana, ai capi opposti del mondo. E scopre un soprendente gioco di specchi. Attraverso una serie di interni giustapposti (il parrucchiere, il supermarket, l'ufficio, il negozio di Kebab), Jacir mette in evidenza le analogie, la quasi identità che la complessità della globalizzazione crea fra due città così lontane fra loro. E il dubbio non viene sciolto: qual è Ramallah, quale New York?

Anche la sintesi multiculturale progettata dal tedesco Gregor Schneider (Cube Venice 2005) punta sul concetto di identità/differenza, uno dei leit motiv della mostra curata da Rosa Martinez. Se non gli è stato possibile riprodurre al centro di piazza San Marco il cubo nero della Ka'ba alla Mecca (lui, in un testo proiettato sulle pareti dell'Arsenale, accusa i timori dell'organizzazione della Biennale) resta tuttavia il suo progetto e la simulazione grafica della sua idea. Un'azione politica che disturba proprio perché annulla le distanze.

L'ultra - sesso
iSesso ostentato, ostinato, smaterializzato. Dal mondo fuggente delle drag queen, proiettato sulla parete in una sorta di video documentario, il londinese Leigh Bowery trae l'ispirazione per costruire abiti multicolori e luccicanti, un carnevalesco travestimento sado maso, che sublima l'ispirazione da gay-club di seconda categoria in una provocazione ultra-sessuale. Non è più una sfida da lanciare alla società, una questione di genere da affermare o conquistare: al di là della libertà sessuale resta il trans (transito come condizione permanente) senza più gender. Meno politica e più divertimento. Barocco.

Una comicità cinica e grossolana anima gli sketch dei russi Blue Noses (Quest, dalla serie The Little man): brevi sequenze video proiettate dall'alto sul fondo di scatoloni di cartone. Le figurine (donne nude e uomini in mutandoni colorati) mimano performance erotiche tanto più inverosimili quanto più realistiche. La simbologia del corpo e della passione è ridotta a un divertissement fumettistico.

Il canto del cigno dello spettatore
Basate sull'interazione con il pubblico sono le opere di Rivane Neuenschwander, [ …], e Swansong di The Centre of Attention. In [ …] il visitatore è invitato a sedersi per scrivere una lettera con una vecchia macchina da scrivere. Ma è molto difficile scrivere qualcosa di sensato, perché invece delle lettere dai testi escono fuori soltanto punti e numeri. Ne derivano messaggi illeggibili, scritti come seguendo un codice segreto, che il visitatore è invitato ad appendere al muro. A chi lo seguirà spetterà il tentativo di decifrarli.

È fondamentale la presenza del pubblico anche in Swansong di the Centre of Attention. Come si può infatti inscenare un funerale, con tanto di musica personalizzabile, bara e fiori, senza il defunto? Qui lo spettatore è invitato a stendersi sul proprio catafalco scegliendo la colonna sonora del suo addio al mondo: il canto del cigno, per l'appunto. E nonostante il gioco sia un po' macabro, pochi sono gli scaramantici o semplicemente i timidi, perché tutti fanno la fila per provare. Il trionfo del possesso sensoriale dell'arte: essere natura morta.

A fare da sfondo a questo gioco un po' macabro sono le altre opere di The Centre of Attention: alcuni dipinti e fotografie con riproduzioni di nature morte, e un televisore che sembra aprirsi nell'infinità dello spazio. In realtà anche le immagini del televisore che sembrerebbero poetiche e rassicuranti celano un inganno, perché non sono altro che la proiezione ingrandita del pulviscolo sospeso all'angolo della sala.

Tra i primi a fare una prova molto realistica del proprio funerale c'è ovviamente Rosa Martinez che ha scelto di giacere per pochi minuti sulla bara al ritmo di I will survive.

Il fluire del mondo
Il coreano Kimsooja, presenta invece sei enormi video in cui l'artista di spalle rispetto agli osservatori, osserva il fluire della vita in diverse città del mondo. Le ambientazioni delle città sono differenti tra loro, ma sono accomunate da un senso di immobilità e sospensione dell'artista, che contrasta con il movimento veloce e indifferente delle persone che gli camminano accanto.

Come sarebbe un mondo in cui è possibile condividere e visualizzare i pensieri degli altri? Su questa utopistico desiderio si basa il lavoro di Mariko Mori: un'enorme e futuristica scultura, Wave UFO, in cui è possibile entrare, e veder tradotti in immagine i propri pensieri e quelli degli altri.