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Biennale di Venezia, 2005

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Daisy Delaney

DEATH IN VENICE (23 June 2005)

'Swansong' by The Centre of Attention in 'Always A Little Further' curated by Rosa Martinez, in the Arsenale di Venezia at the Biennale 2005

I entertain fantasies of a very long life; until at least the age of 98, when I will be frail and I will pretend to be deaf. I entertain other fantasies of a violently spectacular death, by my own hand, at said age. I am an artist and so such creativity is encouraged, but I admit I had not got as far as choosing the music for my funeral, until today.

As I was strolling through the Arsenale I saw a white sarcophagus-like plinth with a pillow on it. I was invited by Pierre Coinde of The Centre Of Attention to think about what music I would like to have playing at my own funeral, and to lie down on the sarcophagus in order to try it out, which is how I came to be thinking today of my favourite death fantasy.

I chose 'Suicide is Painless - The Theme to M*A*S*H' and I lay down on the sarcophagus in the middle of the exhibition. The scene was atmospheric and peaceful with low lighting and funeral flowers. My eyes closed, my funeral music played and my thoughts drifted serenely.

I thought first of the last Venice Biennale, Dreams and Conflicts in 2003 and a work by Doron Solomons, 'Father', 2002, also shown in the Arsenale. I remember vividly only a short section of the video showing a crowd held back behind a barrier, while a remote controlled bomb disposal robot dragged a would be suicide bomber, whose explosives had not detonated, along the road, with The Theme to M*A*S*H as the soundtrack.

And here I was again, two years later, hearing the same song in the same building. My thoughts drifted again and I thought vaguely about my future funeral and who might be there. My first feelings were of my parents and family, but my parents will definitely not live until I am 98, and who will be at my funeral will always be a mystery to me.

Suddenly I could hear hushed whispering around me as I lay on my funeral bed, with my eyes still closed. I stayed wrapped up in my dream wanting to see where my mind would take me to, through the still blackness and the whispered voices. My rehearsal of my own death had an audience and as their whispering pulled me back into consciousness as I thought of Chris Marker's film, La Jetée, where the main character is pulled back to reality after his trips to the past and then to the future. The final words of La Jetée came to me - 'he was witnessing the moment of his own death'.

'Suicide is painless, it brings on may changes'. the music floated around me. I thought of Tilda Swinton in her glass case at the Serpentine Gallery, London, in 1995. I felt how it is to have unseen people around me discussing their ideas of art.

The Centre of Attention succeeded in playing with the relationship between artist, audience and artwork. I am an artist, I was their audience, and for a magical moment associated with my own death, I became art.

 

on

RECENSIONI

Swansong, il canto del cigno all’Arsenale
di Gioia Pica

Le care vecchie note di “Napul’è” risuonano nella grande stanza, mentre sdraiata su di un catafalco faccio le prove del mio funerale. L’occasione mi è gentilmente offerta da The Centre of Attention, il trasgressivo gruppo londinese che per la mostra Sempre un po’ più lontano, propone Swansong, una performance interattiva legata al web, alla musica e alla morte.
Incontro prima Gary O’Dwyer, che mi chiede di indicargli, tra migliaia di brani scaricabili dalla rete, la colonna sonora per la prova-esequie; scelgo Pino, che va bene per tutte le occasioni e mi stendo, inizialmente inibita da una certa scaramanzia... Invece, una volta in ballo, decido di ballare e mi abbandono completamente, malgrado la cattiva qualità dell’audio.
Al termine della canzone, quando inizia a diffondersi la musica di “Femmena” (sempre Pino), evidentemente scelta dal mio successore, mi alzo e gli cedo il posto, mentre torno da Gary, che nel frattempo è stato raggiunto da Pierre Coinde, l’altro componente del duo.
Concordiamo per l’intervista.
G.P.: Perché hai deciso di trasferirti in Inghilterra? (Pierre è francese, n.m.)
P.C.: Non è male dove sto, e Londra mi piace.
G.P.: Quali sono, secondo voi, se ci sono, le differenze tra la ricerca artistica in Francia e in Inghilterra?
TCOA: Ci sono artisti interessanti sia in Francia che in Inghilterra. Non credo si possano distinguere differenze solo sulla base della nazionalità, soprattutto tra due paesi così vicini.
Dal punto di vista del mercato dell’arte, tuttavia mi sembra che ci siano meno tentativi di ricerca in Francia che nell’UK.
G.P. Trovate che gli artisti francesi siano meno audaci?
TCAO: Non si tratta tanto di audacia. Semplicemente ci sembra che nel Regno Unito ci sia un panorama artistico più variegato. Forse c’è uno spirito meno conservatore rispetto al successo…
G.P.: Quando comincia esattamente l’esperienza di The Centre of Attention? Verso quali obbiettivi volge e su quali convincimenti poggia il vostro sodalizio?
TCOA: The Centre of Attention inizia nel 1999, per vedere cosa avremmo potuto fare senza soldi e con modestissime risorse, con l’idea di curare o organizzare mostre più interessanti di quelle che stavamo visitando a Londra in quel momento.
G.P.: Parliamo di Venezia. Il filo rosso dell’esposizione è il mito del viaggio, quale tentativo coraggioso di passare la “frontiera”, attraversare le colonne d’Ercole. Quali sono le frontiere che TCOA vuole attaversare, qual è il confine più stretto? E, vice versa, qual è il limite che non oltrepassereste mai?
TCOA: In una società aperta e libera, noi dovremmo poter saggiare ogni confine e superare ogni frontiera.
G.P.: Credete davvero che una società senza limiti sia una società libera?
TCOA: No, non lo crediamo, per questo val la pena esplorarli tutti.
G.P.: A proposito di Swansong, perché un funerale? Perché nel mondo del non necessario (in cui voi programmaticamente vi muovete), celebrate la morte, la sola cosa che accade secondo necessità? Può leggersi come un semplice epifenomeno, un esorcismo o che altro?
TCOA: Ricordati che devi morire è un’esortazione a vivere più intensamente. L’evento non è incentrato tanto sulla morte, quanto sulle potenzialità della vita e dell’arte. Da un punto di vista formale, noi volevamo ribaltare il rapporto visitatore – oggetto, il visitatore è immobile sul plinto, mentre l’opera è dinamica, consentendo al contempo che il pubblico vi prendesse parte.
G.P.: Tra gli obiettivi di Rosa Martinez, c’era anche quello di avvicinare artisti, la cui ricerca poteva apparire, ad un primo sguardo, su piani totalmente differenti. Per quanto vi riguarda, questo contatto ha avuto luogo?
TCOA: Abbiamo apprezzato la ricerca ed il lavoro di molti artisti incontrati, tra cui le Guerrilla Girls, Stephen Dean, Pilar Albarracìn e qualche altro. Speriamo nel futuro di poter sviluppare con loro qualche progetto.
G.P.: La vostra poetica si muove nello spazio della contraddizione; si tratta quindi di un disimpegno intenzionale, un’abdicazione cosciente al ruolo attivo dell’artista nella vita sociale e politica (di cui Regina José Galindo, per fare un nome, ne è un esempio)?
TCOA: Il nostro interesse si limita alle nostre risorse autonome, senza supporto pubblico o commerciale, agli spettatori e ad internet. Se vuoi cambiare il mondo, diventa un economista.
G.P.: Infine, se volete aggiungere qualcosa per i nostri lettori…
TCOA: Per predire il futuro, devi cambiare il passato.



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on ilcoro.it

Il Centro di Attenzione e la proposta Taiwanese.
Se è troppo estesa la varietà dell'espressione artistica contemporanea, meglio allora soffermarsi su scelta precise e indagare quello che dicono. La Biennale di Venezia permette anche questo: soffermarsi per ricordare alcuni esempi tra i tanti.

Nei percorsi della biennale numero 51, tra le tante e tante offerte visive allestite tra i Giardini, le Corderie e tutte le altre sedi collaterali (impegno fisico e di sopportazione notevole cercare di vedere tutto-ma-proprio-tutto) possono esserci brani di arte che sfuggono. Non mettendo in questione il valore dei grandi nomi, la scelta di approfndire alcune espressioni tra le tante è caduta su due progetti posti geograficamente agli antipodi del globo terrestre. La prima made in UK e una sorpresa proveniente dall’oriente estremo la seconda: Londra e Taipei presi ad esempi di vie possibili dell’espressione contemporanea.

Dalla capitale britannica il progetto “The Centre of Attention” ri-propone “Swansong”, iniziativa per la prima volta esibita lo scorso ottobre al Künstlerhaus Monsounurm di Francoforte. In questo progetto le opere di alcuni artisti della galleria incorniciano una specie di cappella dove lo spettatore può progettare e vivere il proprio funerale. Questa “canzone del cigno” unisce due usanze proprie del contemporaneo: il sempre più frequente uso di canzoni moderne nelle cerimonie funebri e l’ancor più diffusa convenzione di scaricare brani musicali da internet. Lo spettatore sceglie la melodia che preferisce senza esclusioni di epoca o genere, il gestore del progetto scarica il brano e per la durata del pezzo il “morto” si sdraia su un basamento, moderno catafalco da cui far esperienza della sua cerimonia. Con un intervento ironico e un po’ macabro che insieme sfrutta il tradizionale metodo di esposizione delle opere d’arte – appese alle pareti dello spazio all’interno delle Corderie – e la tecnologia telematica moderna, “The Centre of Attention” mira a mostrare uno spaccato seppur contenuto delle usanze, le mode e le pratiche del terzo millennio. E basta superare appena gli effetti più superficiali per scovare tutta una serie di caratteristiche della vita moderna: la dissacrazione dell’evento funebre, la personalizzazione massima che arriva addirittura al momento estremo, la disponibilità perenne e immediata della musica che è sequenza digitale di impulsi computerizzati, la morte come evento di spettacolo (per quanto intimista e solitario) e la sua materializzazione…virtuale. Oltre a vivere il funerale di qualcun altro, il visitatore di passaggio che ascolta la musica in sottofondo, guarda i lavori di Benedict Carpenter, Hause of O’Dweyr, Damien Roach e Wolfang Tillmans appesi alle pareti. “Swansong” diventa quindi una miscela di arte perforata e arte guardata, dove l’happening performato dal visitatore è coronamento centrale dell’arte mostrata quasi come decorazione e corollario all’interno di un progetto artistico che lo vede comunque personaggi principale dato che l’opera è completa nel momento in cui viene celebrato il suo funerale.

Di carattere diverso è il progetto taiwanese “The Spectre of Freedom” esposto al Palazzo delle Prigioni e presentato dal Taipei Fine Arts Museum. Le opere in mostra pur guidate da un obiettivo comune possiedono ciascuno una propria forza che sapientemente accostata, produce un risultato espositivo dallo sviluppo interessante. Nel palazzo si passa dalla sperimentazione di un media ad un altro, con una evidente preferenza per l’immagine in movimento – filmata, animata da disegni fatti a mano o registrata dal vivo tramite una rete di computer e videocamere. Nello specifico si può apprezzare l’opera di Hsin-I Eva Lin che prende ispirazione dai sistemi di controllo video, partendo (e in certo modo anche giungendo) dalla messa in atto quasi estrema di concetti di “resistenza e rifiuto” – nello specifico contro ogni attività e contro il desiderio, l’impulso di fare arte. Una specie di affermazione del suo commento: “Quando decidi di fare qualcosa dovresti farla fino alla fine, e farla bene”.

Come la Lin, anche le altre proposte di questa che è la più giovane generazione di artisti di Taiwan, che si muovono dall’intento comune di rappresentare la propria realtà nazionale, arrivano piuttosto ad offrire interessanti spunti d’interpretazione di istanze che sono in realtà universali. Come non riconoscere l’oppressione provocata dall’ombra incombente dell’aereo di I-chen Kuo proiettato sul soffitto d’ingresso, o ritrovarsi inebetiti a sorridere delle significative performance di Kuang-yu Tsui? Quella orientale è in definitiva una proposta che amalgamando diversi linguaggi espressivi permette di sperimentare come l’arte abbraccia lo spettatore, lo rende partecipe e allo stesso tempo lo guida sui propri binari parlandogli ora in modo divertito, ora attraverso l’immediatezza del fumetto, ora usando toni da propaganda, comunque permettendogli, attraverso un leggibile idioma visivo, di superare le altrimenti limitative barriere linguistiche e culturali. Una testimonianza, insomma, dall’ormai inevitabile – amata e odiata – globalizzazzione anche di intenti, tematiche, impressioni dell’uomo moderno che pur non conoscendo un passato per forza comune può raggiungere la comprensione di istanze che vengono da molto molto lontano.
Maria Paola Mosca

 

Edizione mensile telematica d'arte e cultura
Accademia Internazionale d'Arte Moderna

Biennale di Venezia tra polemiche, conflitti, pornografia, curiosità. Il ministro Buttiglione dice: “La. Biennale riassume il travaglio globale”
Di Francesca Graziano

Venezia. A snellire e riordinare una Rassegna che due anni fa stroncò le energie dei più fanatici cultori dell’arte contemporanea sono state chiamate due donne, Maria de Corral e Rosa Martinez, si è affidata così alla competenza e al genio femminile la soccorrevole cura di un’edizione a misura d’uomo, ordinata e meno dilagante in quella che da più parti è stata definita la prima rassegna femminista nella storia più che centenaria della Biennale. Il presidente della Fondazione Davide Croff non ha mancato di richiamare ad una rilettura del ruolo storico della Biennale: “Essa ha più volte precorso i tempi, ha favorito l’incontro e lo scontro fra le tendenze, la sperimentazione e la ricerca, ma soprattutto nei momenti migliori, ha saputo rappresentare il presente nelle sue contraddizioni, nel suo orientamento profondo”; ha quindi annunciato un progetto triennale “che vuole avviare una riflessione per capire dove e come è arrivata l’arte contemporanea oggi, ma pensando soprattutto a quale sarà il suo futuro”. Il progetto è iniziato quest’anno con un ritorno all’ordine, nel senso sopracitato: Maria de Corral ha curato la mostra “L’Esperienza dell’Arte” tesa al passato recente ed allestita ai Giardini nelle 34 sale del Padiglione Italia, Rosa Martinez, negli spazi degli Arsenali, delle Corderie e delle Tese, è andata “Sempre più lontano” insieme a Corto Maltese da cui ha preso spunto, per una ricognizione personale ed appassionata sul presente dell’arte e con un occhio proiettato verso il futuro. Tutta la critica o quasi, abitualmente poco tenera, ha dovuto riconoscere equilibrio, professionalità, chiarezza di assunti, alle due curatrici spagnole, che si sono divise i compiti. Saltiamo a piè pari l’eterna polemica provinciale del poco spazio dato all’arte italiana che puntualmente viene tirata fuori: forse è il caso a questo punto di prendere atto del momento di debolezza che la nostra arte vive a confronto della realtà internazionale e soprattutto del Sud del mondo sempre più alla ribalta se non altro per forza di idee e svincolo (parziale) dalle logiche e dalle alleanze di potere. Comunque, e questa è una buona notizia per gli artisti italiani, è stato annunciato un nuovo padiglione nazionale, che verrà allestito alle Tese delle Vergini già a partire dall’edizione 2006 della mostra di Architettura. Il corpo, la sua frammentazione e dissoluzione, la nostalgia, il potere e la violenza del quotidiano, l’utilizzo dell’immagine e della narrazione del passato sono alcuni temi che gli artisti scelti da Maria de Corral hanno portato avanti nelle loro opere. Riletture certo, come quella fatta dall’ italiano Francesco Vezzoli del Caligola di Tinto Brass, uno dei film più perseguitati dalla censura, nel videoarte “Trailer for the remake of Gore Vidal”. Per quest’opera di fellatio e sodomie Vezzoli ha ottenuto la partecipazione gratuita di Cortney Love, Adriana Asti, Milla Jovovich con la comparsa blasfema in bassorilievo di papa Ratzinger. Questo per dire come sotto l’ordine apparente cova la ricerca dello scandalo, la denuncia, il conflitto, il disagio di una civiltà vista secondo i modi più o meno visionari degli artisti. Non a caso, (tranne come è stato scritto e certo con ironia, per fare un dispetto al neoministro della Cultura Rocco Buttiglione, che ha molto esternato e in parecchie lingue ed imperversato in Laguna come un tornado), il Leone d’oro a un’artista sotto i 35 anni è stato assegnato a Regina Josè Galindo, giovane guatemalteca masochista, che si dà 394 colpi di frusta tanti quante sono le donne assassinate nel suo paese nell’ultimo anno per assenza di diritti civili. Pura ed impressionante Body Art, documentata oltre che dal corpo nudo dell’esile ed insanguinata artista, da un video insopportabile per chiunque, tranne che per sadici frequentatori di macellerie umane, dove viene mostrata la sua personale Himenoplastica, alias ricostruzione dell’imene, offre il suo sangue raccolto in un catino ai poliziotti, mette in scena la propria autodistruzione. Nobile la motivazione del premio: “Per aver saputo dar vita nel suo trittico performativo ed un’azione coraggiosa contro il potere”. Niente a che vedere con gli usuali canoni estetici, quanto piuttosto con una forma di comunicazione adeguata a tempi sinistri. Altro artista premiato il tedesco Thomas Schutte, nato a Oldenburg nel 1954 che si fa protagonista di un recupero del nudo nelle sue possenti sculture in acciaio fuso. Ancora sfilata di donne premiate in questa edizione decisamente al femminile: Annette Messager porta il Leone d’oro al Padiglione francese con la sua installazione dedicata a Pinocchio fra i ben 70 padiglioni internazionali, dove ogni nazione partecipante propone i propri artisti inseriti nella complessità delle proprie situazioni politiche e sociali. Il Leone d’oro alla carriera, il più prestigioso riconoscimento veneziano, è andato quest’anno all’artista concettuale americana Barbara Kruger, che ha ricoperto con un intreccio serrato di scritte l’intera facciata del Padiglione Italia. Il testo principale “ Untitled”il tatuaggio murale ideato per l’occasione recita: “Passi alla storia se fai affari”, esplicita critica all’epoca del business senza regole. La sua opera più celebre rimane l’ “I shop therefore I am” (“compro dunque sono”) che rovescia la massima cartesiana del “Cogito ergo sum”. Denuncia, pornografia, conflitti, sorprese continue non mancano certo in quest’ultima edizione. Se l’inquietudine del mondo di oggi non ha ancora trovato una sintesi formale in grado di suggerire un’immagine realmente innovativa, resta in questa grande kermesse del contemporaneo lo stimolo alla riflessione intrecciato a contraddittorietà sociale, spettacolarità divistica e strategie comunicative che investono e coinvolgono l’immagine del potere anche nell’arte. La si vorrebbe pura l’arte, ma restano intatti l’ambiguità e l’inquinamento del messaggio. E’ impossibile dare conto degli artisti e delle opere che affollano l’esposizione e che ognuno percorrerà seguendo gusti, sensazioni ed impulsi personali. Curiosità: l’enorme lampadario fatto di tampax della mestruata portoghese Joana Vasconcelos, l’esposizione di pentole accuratamente lucidate dell’indiano Subodh, l’ufficio Olivetti dove si viene invitati a scrivere il nulla su macchine prive di lettere, Maria Mulas, artista in età, che prova ad evocare Edith Piaf, l’ inglese Pierre in tacchi a spillo e cappello a fiori che nella performance “Canto del cigno” invita a distendersi su un catafalco di seta bianca per provare in anticipo l’ebbrezza del proprio funerale… Classiche e perfette: la sala dedicata a Francis Bacon, ad Antoni Tapiès, a Philip Guston, autori storicizzati, quasi a dimostrare che molti degli attuali fermenti sono stati incubati nel versante della pittura, oggi la più messa in discussione dal dilagare dei video. E poi Jenny Holzer, Dan Graham, Bruce Nauman, Thomas Ruff senza rinunciare, alla fine del percorso degli Arsenali, a figure come Samuel Beckett e Louise Bourgeois. Quando sarete giunti alle Gaggiandre, i cantieri acquatici progettati da Sansovino, vuol dire che siete quasi alla fine del percorso, non resta che osservare con attenzione le opere dei cinesi nell’antico magazzino dell’olio e nel giardino delle Vergini. La Repubblica popolare cinese partecipa per la prima volta alla rassegna veneziana e non lascia certo indifferenti. Non solo arte a Venezia, nei giorni della vernice, ma anche sfilata dei signori della finanza in un evento divenuto sempre più mediatico: da Francois Pinault, il nuovo padrone di Palazzo Grassi che ha da poco acquistato dalla Fiat per 29 milioni di euro, a Jacques Arnault, altro signore della finanza, assieme al suo consigliere artistico Aillagan, ex ministro della cultura nel governo Raffarin., molto festeggiati a Ca’ Bragadin, il palazzo veneziano di Pierre Cardin. In Laguna anche Paul Allen, cofondatore di Microsoft con il suo immenso yacht di 127m