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Internet reviews and blogs on the Biennale di Venezia, 2005

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onHuffington Post

06.13.2005 Bruce Cohen

Greetings from the Venice Biennale-- Art is everywhere. Hope springs eternal.
It is my first time at the Biennale and, in fact, my first trip to Venice. Since I am only here for a long weekend, seasoned travelers and art experts alike were concerned that the combination of the world’s most prestigious exhibition of contemporary art and the perfect jewel of one of the world’s oldest cities might not allow me enough time to enjoy either. Blessedly, this does not seem to be the case.

Of the hundreds of works I see by artists from 70 different countries, it feels like hardly any of it is two-dimensional paintings hanging on walls. Instead, I am met with a mind-expanding array of non-traditional sculptures, video pieces, performance art, site-specific installations and audience participation experiments. Step inside a mirrored chamber and join the holographic couple dancing to “The Look of Love” (Valseka Soares’ “Tonight”); Climb inside Marika Mori’s “Wave UFO” and have a brainwave interface with your fellow participants; Enter a stunning medieval church, take off your shoes, lie down on orange velvet cushions, and gaze up at Pipilotti Rist’s kaleidoscopic video, partly filmed in, and created especially for, the church’s roof; Select the piece of music you’d like played at your own funeral, then lie in state on your funereal platform and simulate the experience while your song selection plays (The Centre of Attention’s “Swansong”).

As part of “Zero Hero,” a phenomenal installation by John Bock, filling an entire room of the Arsenale, the artist, an actor and a techie suddenly begin filming a performance art piece in and around his work. But, problems with the light and sound cause them to stop and discuss in German what to do. The traditional discussions between take 1 and take 2? Or all just part of the piece? In the Italian pavilion, Francesco Vezzoli shows a “Trailer for a Remake of Gore Vidal’s Caligula,” starring Benicio Del Toro, Helen Mirren and, in the title role, OF COURSE, Courtney Love. The trailer comes complete with the green MPAA “approved for all audiences” tag on the front—except the movie does not exist and the scantily-clad woman sucking a gold leaf-covered naked man’s penis is just our first clue that this trailer probably won’t, in fact, be playing in front of “Herbie Reloaded” (insert sexually suggestive and/or tasteless Lindsay Lohan joke here).

The art is falling and pouring off of the walls, completely blurring the lines between artist and audience, reality and fantasy (or, more appropriately these days, reality and scripted), art and life. And, by art, I’m not just referring to the classically gorgeous water taxi driver, Gabriel and my divine room at the Hotel al Ponte Dei Sospiri, the fantastic clothes worn by a staggering percentage of the Biennial Attendees, the whole fresh anchovies, lightly battered and floating in a perfect polenta at Da Fiore, or running into the fabulous Michelle Lamey, late of Le Duex Café fame in LA, now resettled in Paris, inside the top of an Alp (!), built around and on top of the Austrian pavilion by Hans Schabus.

L’arte e orunque. Art is everywhere.

Thankfully, much of the art is also, of course, making political statements of all kinds. As part of Christoph Buchel and Gianni Motti’s “Guantanamo Initiative,” the artists question the legality of the U.S. Government’s lease on Guantanamo Bay. In addition to displaying treaties and documents that expose the illegitimacy of the U.S. lease contract imposed on Cuba in 1903, the exhibition presents the 47 annual rent checks issued by the U.S. Treasury which the Cuban Government has refused to cash since 1959. The artists further have asked the Cuban Government to consider leasing the land to them instead of the U.S. Government (the un-cashed checks are for $4085 a year) to transform the land from a military base into a cultural one.

With the shared communal experience of the art, artists and art enthusiasts from Israel and Iran, Serbia and Croatia, China, Korea and Afghanistan comes hope, hope that freedom of expression is an integral part of the human condition that cannot be killed, hope that Guantanamo Bay really will be shut down someday soon, if not actually leased to Christoph and Gianni, hope that Gabriel and I will get back to Venice, next time for more than 2 days, but with an equally gorgeous water taxi driver.

La speranza dura per sempre. Hope springs eternal.

 

on MNET.it

Domenico Olivero sulla Biennale di Venezia
Cultura - Mostre ed estemporanee
Domenica 3 Luglio 2005


Breve diario dalla Biennale di Venezia

Partito Mercoledì mattina da Cuneo, con un cielo nuvoloso sono giunto nella suggestiva Venezia, qui per fortuna c’era un bel sole, dopo un rapido pranzo mi sono recato alla Collezione Peggy Guggenheim dove sono in corso due mostre molto interessanti e ben allestite. Una sui disegni e gli studi di Jakson Pollock e una sulla collezione di Ulla e Heiner Pietzsch, cari amici di Peggy. Proprio vicino, subito dopo il ponte dell’Accademia sono presenti alcune mostre collaterali della Biennale di Venezia, e per la precisione quella eccessivamente accumulata della Turchia, la bella raccolta dei paesi del Sud America (Brasile, Costa Rica..). Mentre sulle calle opposte ci sono le mostre del Padiglione di Cipro, con un allestimento semplice ma molto delicato, il tecnologico allestimento della Slovenia, quello triste della Lettonia, e il noioso video del Lussemburgo. Più semplice ed intenso quello dell’Iran o quello di Hong Kong, qualche calla più in là, in cui due artisti dialogano in modo estremo sul tema dell’incontro e della socialità.

Proprio accanto c’è Palazzo Fortuny con due mostre molto diverse, una elegante e raffinata realizzata dall’artista francese Henri Foucault e una caotica, ma curiosa della Croazia.
Contemporaneamente anche le gallerie private, quasi tutte vicino alla Fenice, offrono cose pregevoli come la Galleria di Caterina Tognon con la mostra Food4Stars II, dedicata alla relazione che abbiamo con il cibo e le sensazioni che esso produce. Mentre la Galleria Il Traghetto presenta le allegre opere di Enrico T Paris e la Capricorno mette in mostra i bei vasi del premio Turner Gregory Perry, mentre La Galleria, offre una collettiva di artisti tedeschi molto concettuali. Sui tre piani della bella galleria di Flora Bigai una grande mostra antologica su Maraniello.

Giovedì mattina, dopo una lauta colazione ho iniziato il mio giro con la grande mostra dedicata a Lucian Freud, al museo Correr, che si conferma un grande pittore anche se ormai molto stabile nel suo stile, ma che accortamente ritrae personaggi di fama, che sempre sollecitano la curiosità del pubblico. Rispetto ad una mostra che avevo visto tanti anni fa a S.Paul de Vence, non presenta grandi migliorie stilistiche.
Dopo questo momento di modernità mi sono diretto verso i Giardini, dove viene allestita la Biennale, grande spazio dove diverse nazioni hanno i loro Padiglioni (piccoli edifici di proprietà delle diverse nazioni) in cui realizzano le esposizioni. Esiste anche un Padiglione italiano, ma in questi ultimi anni è stato usato per mostre realizzate dai curatori della Biennale, quest’anno due donna spagnole (Maria de Corral per il Padiglione Italia e Rosa Martinez per l’Arsenale).

In generale il Padiglione Italia, presenta una serie di proposte ormai consolidate, nomi famosi e spesso già visti, anche qui vicino al Castello di Rivoli. Molto interessante il lavoro di Bruce Nauman con un video intenso, o José Damasceno con una serie di colonne in carta e l’installazione odorosa di Tania Bruguera.
Sicuramente più varie ed originali le proposte dei diversi Padiglioni, in particolare mi hanno colpito quello francese con l’artista Anette Messager, Islanda (con l'elegante grafico di Biork), l’Ungherese con un lavoro molto primitivo, ma che mi pareva nella sua semplicità autentico, e il Greco con un allestimento ampio e con diverse forme stilistiche ben accordate. Vi segnalo anche quello dell'Australia che si pone (rispetto a due anni fa) in una posizione opposta stilisticamente.

Bruttini la Gran Bretagna con i noiosi Gilbert e George e gli Usa con un banalissimo Ed Rusche, che sembrava di essere indietro nel tempo. Interessante, ma difficilino la Germania con due artisti molto diversi, un concettuale e un astrattista, molto contemporaneo. Si nota un ritorno di tanti video non più tanto lunghi, ma pur sempre noiosi, forse sono la soluzione migliore per riempire in fretta tanti spazi che sembrerebbero vuoti (?).

In questi ultimi anni la Biennale ha affiancato agli spazi storici dei Giardini i suggestivi luoghi dell’Arsenale Militare, in particolare la bellissima struttura delle Corderie dove l’altra curatrice della Biennale (Rosa Martinez) ha allestito una mostra più attuale e interessante. Soprattutto nella prima parte, i diversi artisti sono amalgamati in modo interessante e con proposte molto affascinanti, come il grande lampadario di Joana Vasconcelos o la particolare scultura di Mona Hatoum. Mentre si può fare un’esperienza con le proprie onde celebrali nell'astronave dell’artista Mariko Mori, o attraversare suggestivi spazi di luce e suoni realizzati dagli artisti.
Molto malinconica e struggente la stanza da "ballo" di Valeska Soares, le due barche innamorate di Laura Belém.

Dopo una pausa in una simpatica osteria sono passato nella Chiesa di San Francesco dove c’era la mostra dell’Irlanda e della Tailandia entrambe molto giovanili e ludiche, anche se poi sono affrontati temi delicati e sofferenti come la solitudine e il disagio sociale. Rientrando verso San Marco sono passato nel confuso padiglione della Nuova Zelanda e nelle Antiche Prigioni dove gli artisti di Taiwan presentavano le loro tecnologiche opere legate al tema della libertà. Alla sera c’è stato un bell’incontro con il poeta Andrea Zanzotto che, nell’antico chiostro di San Salvador, presentava una serie di testi inediti.

Venerdì inizia con un buon caffè al Florian, per vedere l’originale installazione di Fausto Gilberto, un ampio disegno nel suo solito stile fumettistico. Mi sono recato poi presso la Fondazione Bevilacqua la Masa dove c'è il lavoro alquanto brutto esteticamente ma particolarmente interessante come progetto di Jorge Orta sul riciclo dell'acqua e sul suo consumo nella nostra contemporaneità. Attraversato la grande piazza di San Marco sono andato a vedere il particolare progetto del padiglione Argentino, un grande materasso per saltare fino al cielo dipinto che lo sovrasta.

Scendo poi nel popolare campo Santa Margherita per vedere il Padiglione Armeno, con una serie di video e testimonianze molto melanconiche. Trovo che queste serie di video su tematiche sociali siano ormai troppo autoreferenziali e alla fine non sappiano dare nuove riflessioni. Meglio i tre video di Grace Ndiritu, formali e profondi nella loro semplicità, presenti in una mostra accanto. Dopo un veloce pranzo in una bàcaro mi sono recato nella Scuola vecchia dell’Abazia, dietro al Ghetto per vedere la proposta della Fondazione Olivetti intitolato Nowhere, con tanti progetti di arte relazionale, ma anche con troppi video, per vederli tutti ci vorrebbero almeno 6 ore.

Nel vicino Palazzo Papafava c’è la grande installazione di M. Kazoun, ben allestita e con delle interessanti riflessioni sul volgere del tempo. Poi sono andato alla Fondazione Querini Stampalia per consultare la bella emeroteca e per visitare le due esposizioni una di Kiki Smith, che dialoga col museo del Settecento e una di James Luna, molto bella, sulla cultura degli indiani d’America realizzata in modo originale e con una ottima qualità estetica. Rientrando sono passato alla galleria Michela Rizzo per vedere il nuovo particolare lavoro di Lawrence Carrol, che rielabora il suo linguaggio con nuovi materiali e forme. Alla sera sono stato al teatro Malibran per vedere uno spettacolo di danza cinese, madre e figlia, lavoro piacevole di intersezione fra la danza classica e quella contemporanea.

Sabato mattina ho iniziato il mio giro passando per la chiesa di S.Stae dove l’artista svizzera Pippiolina Rist ha realizzato una riposante installazione video, coricati su grandi materassi si assiste ad una particolare interpretazione della Primavera e del suo sbocciare. Accanto un lavoro molto riflessivo del Padiglione Portoghese con una serie di foto e video mentre nel vicino Museo di Arte Moderna di Ca Pesaro una bella mostra con le sculture di Mimmo Paladino, che presenta alcuni suoi recentissimi lavori. Quindi mi sono recato alla Giudecca per vedere i tristi video di Vezzoli, proposti dalla fondazione Prada presso i locali della Fondazione Cini, mentre un poco più interessanti quelli offerti dal vicino Padiglione Indiano, nei bei locali del convento di Cosma e Daminano, più in là nell’ex-birreria il Padiglione Galles. Alla sera sono stato all’Accademia per una bella conferenza su quello stupendo quadro del Tiepole, "Cena in casa Levi".

Per più di un’ora è stato spiegato ed interpretato sia in chiave storica che stilistica questo enorme opera, 3 x 6 metri. Questa serata mi ha proposto l’idea di pensare ad un confronto fra la marea di opere viste in questi giorni, ossia se queste raggiungano l’intensità stilistica e cultura di questo quadro. Ho la sensazione che i tempi, sempre più rapidi e in continuo cambiamento, non permettono più di scendere in profondità, ma mi domando quale eredità culturale ed artistica si lascerà alle future generazioni. Anzi a dire il vero sto percependo nelle nuove generazioni un certo distacco da una serie di consapevolezze e modi di vivere che sicuramente cambieranno molto i modi e le forme sociali.

Concludendo possiamo rilevare come la Biennale 2005 sia molto variegata, le parti più interessanti sono sicuramente alcuni padiglioni nazionali, fra i più interessanti segnalo: Francia, Spagna, Hong Kong, Argentina, Austria e Grecia, alcune proposte dei Paesi Asiatici, presenti nel Palazzo Pisani in calle delle Erbe e quelle dei paesi del Sud America presenti nel Palazzo Franchetti, accanto al ponte dell’Accademia. Le proposte delle curatrici sono abbastanza valide, ma non fra le più alte, sia per gli artisti scelti, che per le opere selezionate, non si vede una linea di unione fra i discreti quadri di Francis Bacon e la scritta luminosa di Jenny Holzer, o le foto di Robin Rhode e la stanza di luce di Jorge Macchi. Forse risulta più interessante la zona dell’Arsenale in cui il tema della minoranze, soprattutto femminili, risulta più coerente nella scelte delle opere. Il tema però risulta a volte affrontato in modo antiquato, come la triste performance delle Guerrila Girls o la vincitrice del Leone d’oro giovani proposte Regina Galindo. Fra le opere più belle il gioco di luci di Nikos Navridis o la funzione funebre del Centre of Attention di Londra. Nota negativa l’uso dei video per riempire tanti spazi, forse sarebbe più piacevole realizzare uno spazio adeguato, almeno con delle sedie comode, curando una rassegna apposita. Sicuramente aver scelto le curatrici a fine 2004, quando in realtà ci sono due anni di tempo, non ha permesso di poterle mettere nelle condizioni migliori per realizzare un lavoro in modo sereno ed approfondito. Domenico Olivero

 

on WorldWideReview.com

Eva Bensasson

'Always a Little Further' is the title of the Arsenale section of the 51st Venice Biennale. This is an all together much cooler affair than Bonami's noisy thrashing of two year's ago. Whereas Bonami chose to invite several sub-curators to the Arsenale, resulting in a competing and confusing exhibition, almost the entire section has this time been curated by Rosa Martínez (with the exception of the underwhelming Chinese Pavilion, their first ever official representation, in the annex space occupied by 'Utopia Station Project' at the last Biennale) . The result is a much more coherent exhibition than the last. The title has been taken from that of a Venetian fictional work featuring a romantic traveller, "always independent, always open to chance and risk, and always crossing all kinds of frontiers in pursuit of his own destiny". There is an inevitable element of surprise in this large exhibition, also at times of mysticism. The general quality is mixed and it's to its credit that it's not as easy an exhibition to summarise as that of two years ago. The way Martínez has covered the huge Arsenale space has been to split it into an area where works presented retain the central fluidity of the vault like space, with another section where we are move between dark rooms with video projection/installation, entire immersed in the experience.

The exhibition starts with a radical feminist statement in the form of the Guerrilla Girls' series of giant posters proclaiming the inequalities between male and female representation, both in the art world and more particularly in Venice at Biennales. We are told that the percentage of woman artists in the Biennale in 1895 was 2.4, a hundred years later it was 9%. The Guerrilla Girls have also created a giant chandelier placed on the floor in the middle of the room. When you get close you realise that it's made out of tampons, unused. Before arriving in Venice I had already heard this Biennale described as the 'female Biennale', the two curators have been described as 'the Spanish girls', and here we are at the very beginning of the exhibition itself with feminism right on the agenda. With Barbara Kruger being awarded the Golden Lion for Lifetime Achievement and Annette Messanger yesterday winning the award for the best Pavilion it's easy for cynics to be dismiss these achievements by saying that the odds are stacked in favour of the women this time around. So is it being heavy handed to start the show with the Guerrilla girls? Why not address this issue, I say. The statistics on the Guerrilla Girl's posters are real and the posters are also humorous and well made. The idea behind the tampon chandelier is corny but it is very nicely done, quite a pretty piece.

Having been alerted to the gender of the artists in the show it's difficult to then not be aware of the gender of the rest of the artists in the next few rooms, who are all women although looking at the press release now balance seems roughly equal between the sexes. There are few paintings in the exhibition, most works being video or three dimensional installation works. Semiha Berksoy's quiet paintings straight after the Guerrilla Girls are the exception. Runa Islam's video of a young woman flirting with the breaking of porcelain is retrained and effective. The Russian art collective, Blue Noses' work 'Quest' grabs your attention as soon as you enter the room which they share with Nikos Navridis' subtler piece. 'Quest' consists of twelve boxes with projections inside. Peering into the box you see humorous little scenes of naked men and women playing with plastic crocodiles and leapfrogging over each others. Navridis has another related work later in the exhibition, of a kind of carpet projected on the floor that suddenly starts moving. Luckily when I saw it I was not hungover but even so I wanted to be sick, it has such an immediate physical effect of the floor spinning, just like the later stages of drunkness.

There are a couple of very 'Political' works, namely Santiago Sierra's sound work over the doorway as you enter about how much the Biennale attendants are paid, Rem Koolhaas' works about gallery and museum spaces and Buechel & Motti's work about Cuba, the USA and Guantanamo. Generally though the show exhibition did not ram politics down your throat the way I felt Bonami did a couple of years ago, and for that reason you pay more attention.

London's 'Centre of Attention' is presenting Swansong, a white block you can lie on while they play the music you'd like to be heard at your funeral, while other Biennale visitors gawp at you and wonder if you're trying to impersonate Conelia Parker's Tilda Swinton sleeping. 'Morning Has Broken' was the choice of the Italian journalist who was lying there when I walked past.

 

on artnet.de

Immer ein Stückchen weiter

Hans-Jürgen Hafner
4. Juli 2005


Dieses Mal setzt die Venedig-Biennale auf Reduktion, personelle wie inszenatorische Beschränkung ist angesagt. Nach der an kaum einer Stelle sinnvollen Materialschlacht, die Francesco Bonami unter Einbeziehung großer Kontingente co- und parakuratorischer Hilfstruppen schlug, sowie nach den ausufernd erzählerischen Parcours des „Über-Kurators“ Harald Szeemann wurde es langsam überfällig, die großen Schauen der Biennale zu entschlacken. Dabei legte man einerseits die Verantwortung in die Hände zweier Kuratorinnen (!) und nahm sich zum anderen in Bezug auf die Anzahl der Künstlerinnen bzw. Künstler und Werke zurück. Wer allerdings gehofft hatte, dass mit den Rationalisierungsmaßnahmen zwangsläufig auch Qualitätssicherung, ja vielleicht sogar -steigerung einhergehen werden, der dürfte herb enttäuscht worden sein.

Mit ihrem an Hugo Pratts Comic-Helden Corto Maltese angelehnten Blick in die Ferne – always a little further – gelang Kuratorin Rosa Martínez zwar ein eleganter und schick inszenierter Kulturspaziergang im weiträumigen Arsenale-Trakt, doch gibt es dabei trotz der ganz explizit vorangetragenen Fetische „Internationalität“ und „Jugendlichkeit“ in Sachen Kunst so gut wie nix zu holen. Immerhin der Auftakt, ein zwischen feminin und feministisch geladenes Entrée aus bunten Agitprop-Plakaten der reaktivierten Guerilla Girls und einem großen, zart aus Tampons gestalteten Lüster von Joana Vasconcelos, kann punkten. Insbesondere, wenn der Blick weiter auf Runa Islams präzise Projektion Be the First to See What You See As You See It fällt: Edles Porzellan wird gezeigt, ganz behutsam geprüft, nur um im nächsten Augenblick wie beiläufig zerstört zu werden. Das sieht sehr schön aus und gibt irgendwie die Perspektive vor: Salonfeminismus als Bedeutungsornament unter venezianischem Lüsterglanz, garniert mit etwas Nippes, Kunst und Edelstahlgeschirr, das Subodh Gupta zum Chrom-Farbfeld arrangiert. Dass die aggressiven Malereien, Zeichnungen und Objekte von Semiha Berksoy (1910 - 2004) da etwas verloren an der rohen Wand hängen, ist schade. Ihr schrilles „brut“ könnte – besser integriert – eine Entdeckung sein.

Doch die Welt möchte, trotz ihrer Macken, vor allem schön sein in der Zusammenschau, wie sie Rosa Martínez arrangiert. Vielleicht sind deshalb die Titelschildchen durchweg ähnlich aufwändig illuminiert wie die Arbeiten dazu. Und die Kreuzigungsgruppe von Paloma Varga Weisz bekommt denselben Zug ins Kitschige ab wie die kleinteilig mit Blumen und Projektion samt Wunschmusik eingerichtete Bastelkoje der Hyperästheten von the Centre of Attention oder die an sich unverdächtigen, elegant verzwirbelten Metallknäuel von Louise Bourgeois. Ihre völlig überflüssige Sound-Arbeit in einem Wachhäuschen vor dem Arsenale hätte schlichtweg verhindert werden müssen. Apropos Außenraum. Dort baut Ghada Amer einen verlorenen Yin / Yang-Garten, daneben flattert ein buntes Plastiktüten-Großbild von Pascale Marthine Tayou an einem Bauzaun. Auf zwei einander zugewandt ankernden Booten sind Scheinwerfer befestigt, die sich unablässig anstrahlen, Titel dieser Arbeit von Laura Belém ist Die Liebenden.

Die Welt, wie gesagt, ist schön hier, in Venedig. Und die Bilder, die Kuratorin Martínez aussucht und ausstellt, in Ordnung. Hauptsache symbolisch, mag man sich denken. So etwa bei der Installation Words von Diango Hernández, wo hinter geknickten Strommasten die Namenslisten von Regierungschefs projiziert werden, oder bei den Performance-Videos von Regina José Galindo, welche die Künstlerin nach Ganzkörperrasur beim Nackt-Spaziergang durch Venedig zeigen oder mit blutgefüllter Schüssel in den Händen beim Spurensetzen in der Hauptstadt Guatemalas unter dem Titel Who can erase the traces?. Dass aber gerade dafür ein Goldener Löwe als beste Arbeit in der Kategorie „Künstlerinnen und Künstler unter 35“ drin ist…

Egal. Mariko Moris schickes, glattes Wohlfühl-„UFO“ mag ein Highlight im Parcours sein und Kim Soojas einsam in verlangsamter Passantenkulisse platzierte Needle Woman mit viel Projektions- und noch mehr Produktionsaufwand für ein klein wenig Atmosphäre sorgen – viel mehr als Beliebigkeiten bringt das Arsenale nicht auf den Weg. Da geht Rem Kolhaas mit seinem dürftigen „Meine Praktikanten haben’s gemacht“-Display zu museal-architektonischen Fragen baden und auch sonst gibt es allerhand Esoterisches. So beispielsweise Carlos Garaicoas Gebäudesilhouetten als Lichtspiel-Allover und María Teresa Hincapiés El espacio se mueve despacio, bei dem ein Vogelbauer das Zentrum eines aus Erde gelegten Sterns einnimmt, Kerzen den Raum illuminieren und es heftig nach Räucherwerk duftet. Wer hat da noch Fragen außer: Wie weit vom Schuss ist eigentlich „a little bit further“?

Der Rundgang nivelliert, das ist das Fatale im Arsenale. Selbst auf den ersten Blick interessante Arbeiten wie Jun Nguyen Hatsushibas Unterwasser-Mal-Performance oder die seltsame Tisch-Überfahrt von Jennifer Allora und Guillermo Calzadilla saufen in der thematischen Unverbindlichkeit und der Rundum-Glätte der Schau einfach nur ab. Und das lässt sich bei einer gestandenen Biennalen-Expertin wie Martínez auch beim besten Willen nicht mit der kurzen Vorbereitungszeit von „nur sechs Monaten“ (Brigitte Werneburg in der taz ist in ihrem Biennale-Resümee unbegreiflicherweise leider ähnlich duldsam wie ihr FAZ-Kollege Thomas Wagner) entschuldigen.

 

12/06/2005 - 08h15
Bienal das mulheres escandaliza Veneza (AFP Brazil)


KELLY VELÁSQUES
da France Presse

De Francis Bacon a Antonio Tápies, passando por absorventes higiênicos internos, vídeos masoquistas e "performances" delirantes, a 51ª edição da Bienal de Veneza, que abrirá suas portas ao público neste domingo, explora as inquietações passadas e presentes da arte contemporânea com um olhar feminino.

Pela primeira vez desde sua primeira edição em 1895, a mais prestigiada mostra de arte internacional da Europa é dirigida por duas mulheres, as espanholas María Corral e Rosa Martínez, que decidiram contar o passado recente e o presente em constante transformação da arte.

As duas curadoras, de formação e caráter muito diferentes, reuniram na tradicional sede dos Jardins e no espaço do Arsenal 91 artistas de 71 países, dos quais 12 são latino-americanos.

Há muitas artistas mulheres nessa Bienal e suas obras são tão impactantes em termos de forma e conteúdo que acabam lançando um dardo no coração do mundo da arte.

A portuguesa Joana Vasconcelos, 34, por exemplo, criou uma gigantesca lâmpada com 14.000 absorventes higiênicos internos, que fica na entrada da mostra do Arsenal, intitulada "Sempre um pouco mais longe'. Segundo a curadora, Rosa Martínez, a exposição do Arsenal propõe uma reflexão sobre o papel da arte e da própria Bienal como espaço para debate.

Os enormes cartazes subversivos do grupo artístico americano "Las Guerrillas Girls", criado em 1985, condenam com humor pop e ironia a pequena presença de mulheres em exposições e museus e marcam com um caráter feminista e político a mostra veneziana.

Por cinco meses, o público poderá contemplar, aceitar e até rechaçar a seleção feita por Martínez, que traz obras de 49 artistas, sendo nove latino-americanos. Desses nove, cinco são mulheres.

Ao percorrer os 9.000 metros quadrados do Arsenal, entre vídeos, instalações, fotografias e esculturas, com artistas plásticos transformados em atores de "performances", percebe-se uma espécie de globalização da arte, com métodos e uma busca de linguagens similares em quase todos os lugares do planeta, da Palestina às Filipinas, passando pela inovadora China.

A artista guatemalteca Regina José Galindo, de 31 anos, usa seu corpo como objeto de arte. Um vídeo mostra a artista fechada numa caixa, na qual flagela-se 300 vezes em homenagem às 300 mulheres de seu país assassinadas em um ano.

Já a colombiana María Teresa Hincapié de Zuluaga, de 51 anos, apresenta movimentos lentos numa instalação e numa performance chamada "O espaço se move devagar". Os visitantes caminham entre velas, montículos de terra e ovvem uma música fascinante. A obra parece um pedido, feito através do corpo, de "silêncio para voltar a ouvir, de silêncio para voltar a ver", explicou a artista.

Como um chamado para descobrir a outra cara da arte, a brasileira Rivane Neuenschwander, 38, modifica sete velhas máquinas de escrever colocando pontos no lugar de letras, para que o visitante não escreva nada. A obra pretende ser uma mensagem contra a escritura, enquanto "Centro de atenção" convida o visitante a colocar-se num cadafalso para simular o próprio funeral.

A enorme nave espacial dos sentimentos da conhecida japonesa Mariko Mori oferece um instrumento para cruzar ondas cerebrais entre visitantes, um jogo seguramente muito feminino.

"O labirinto que proponho está mais próximo de um centro de experimentação do que de um acúmulo de certezas", disse María Corral ao apresentar nos Jardins venezianos a mostra "A experiência da arte" com obras de 42 artistas de todo o mundo, sendo quatro latino-americanos.

A leitura dos últimos 50 anos da arte proposta por Corral, controvertida ex-diretora do Centro de Arte Reina Sofia de Madri (1991-1994), reúne grandes nomes da arte contemporânea, como Francis Bacon, cujos cinco óleos e trípticos alaranjados e lilases, realizados entre 1979 e 1991, foram definidos como "sublimes" por sua radical distorsão da figura humana.

Junto com Bacon, instalado no Pavilhão da Itália, que este ano não apresenta artistas nacionais, estão as obras de outros ícones da arte moderna, entre eles as telas do espanhol Antonio Tápies, a obra conceitual de Bruce Nauman, seguido pelas elegantes colunas de papel do brasileiro José Damasceno, as geometrias arquitetônicas do mexicano Gabriel Orozco, os corredores de esteira da cubana Tania Bruguera e as complexas redes do argentino Jorge Macchi.

A busca de novas linguagens está representada pela "escada infinita" da inglesa Rachel Whiteread, que abre emblematicamente a exposição com seus sete metros de degraus brancos que não conduzem a parte alguma.

Nos pavilhões dedicados às nações, estão representados Argentina, Brasil, Uruguai e Venezuela. Nessa área da Bienal, também está o Instituto Ítalo-latino-americano, que apresenta sob uma só bandeira 16 artistas de todo o continente.